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11/6/2006

Spiagge italiane,rischio estinzione

L'erosione "ruba" km di costa ogni anno

Le spiagge italiane sono sempre più a rischio di "estinzione": negli ultimi 50 anni quasi 1.200 chilometri di coste sono già stati sommersi dal mare, e il fenomeno dell'erosione, secondo uno studio dell'Agenzia per l'ambiente, si sta aggravando. Le regioni più colpite sono quelle del Centro-Sud, dove 2.400 chilometri di coste sono a in pericolo.

Dei 5mila chilometri di coste balneabili (l'Italia ne ha in totale 8mila), ben 2.400, secondo lo studio, sono coinvolti da una "dinamica evolutiva significativa", e di questi la metà sono a livello di allarme, con "arretramenti medi superiori ai 25 metri fronte mare". Le regioni più colpite, spiega spiega Stefano Corsini, l'esperto dell'Apat che ha curato il rapporto, sono la Sicilia con 313 chilometri, la Calabria con 208, la Puglia con 127, la Sardegna con 107 chilometri, il Lazio con 63 e la Toscana con 60 chilometri. Mentre rispetto alla lunghezza delle coste, la maglia nera per percentuale di arenili a rischio va alle Marche con il 38,6% dei litorali, seguita da Basilicata (38,1%), Molise (34,7%), Calabria (32%).

E il fenomeno dell'erosione sta accelerando: secondo le stime di Eurosion, il progetto di monitoraggio avviato dalla Direzione generale ambiente della Commissione Europea, in Europa ogni anno si perdono circa 15 chilometri quadrati di spiagge; in Italia, negli ultimi 40-50 anni, 54 chilometri quadrati sono stati sommersi dal mare. L'erosione ha colpito litorali famosi come alcuni tratti del lido di Capalbio e della tenuta di San Rossore in Toscana, la marina di Scilla in Calabria e il Poetto, l'arenile di Cagliari, in Sardegna.

Al danno ambientale, poi, si aggiunge la perdita di attività turistiche per milioni di euro l'anno. Sotto accusa, per il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, sono la cementificazione dei fiumi e infrastrutture come porti e barriere frangiflutti che alterano le correnti. "La cementificazione dei fiumi - sostiene il ministro - è la causa maggiore. Se pure è vero che la tendenza a interventi massicci si è esaurita nei primi anni '90, questi hanno provocato una significativa diminuzione di apporto di materiali, quali sabbia e ghiaia, verso il mare. E ciò ha certamente contribuito alla sparizione delle coste".

Sotto accusa per Pecoraro Scanio anche "l'aumento della cementificazione, come i nuovi porti e le barriere frangiflutti a mare, che hanno alterato i sistemi di correnti, favorito l'asporto di materiali e rallentato il deposito degli stessi".

Sull'ambiente costiero, sostiene quindi l'Apat, "si è determinata una forte alterazione degli equilibri naturali. Intere popolazioni di uccelli marini e di molluschi sono totalmente scomparsi per il venir meno del loro habitat naturale nel quale vivevano e si riproducevano". Ma le conseguenze più immediate e pesanti si avvertono sul piano economico, in particolar modo per le attività balneari, le infrastrutture turistiche e per tutto l'indotto commerciale e terziario.

Qual è, quindi, la soluzione? secondo lo studio "l'unico approccio in grado di garantire effetti duraturi nel tempo, nel rispetto delle prerogative ambientali, è l'attività di ripascimento delle spiagge (cioè di ricostruzione, ndr), ricorrendo prioritariamente all'impiego sabbia sottomarina". Ma si tratta di interventi complessi e non sempre le azioni di salvaguardia sortiscono gli effetti desiderati.

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