Joseph cardinale con i fan
Uno strano carisma
Da Il Riformista di oggi
In principio era Antonio Socci. Il primo esempio di orgoglio cattolico, mistico e tradizionalista, che si intrecciava con la politica e la comunicazione, configurando il prototipo di quello «strano cristiano» mai visto prima nell'Italia assai più democristiana che cristiana rappresentata da Giulio Andreotti, Antonio Gava ed Emilio Colombo. Poi vennero i teo-con. Da una parte l'orgoglio dell'occidente cristiano contro l'Islam alla Oriana Fallaci e dall'altra la battaglia per i diritti dell'embrione alla Giuliano Ferrara. Da entrambe le parti - che erano poi spesso una parte sola - l'aggancio a George W. Bush come difensore dei valori occidentali all'interno e dell'occidente tout-court all'esterno, nonché - e veniamo al punto - a papa Giovanni Paolo II (chiudendo un occhio sulla sua opposizione alla guerra). Del resto era più che naturale che questo impasto di messianismo rivoluzionario in politica estera e ansia di nuovo proselitismo in politica interna si identificasse nel pontificato di Wojtyla, tanto rivoluzionario in politica estera (dove ha certamente contribuito a un effetto domino costellato di regime change in tutta l'Europa orientale) quanto rigidamente tradizionalista all'interno, in materia di valori tradizionali, morale sessuale e bioetica.
Un pontificato che ha dato alla figura del papa un enorme rilievo politico e mediatico tanto da suscitare alla morte di Wojtyla un fenomeno assolutamente inedito quale l'invocazione della sua immediata santificazione, con cori e striscioni, nonchè gli appelli su internet e via e-mail affinchè si inoltrassero alla Santa sede tutte le possibili testimonianze sui suoi miracoli, secondo quanto previsto dalle rigide norme della Chiesa in materia. E prendendo le mosse da questo sommovimento spontaneo e ancora attraverso Internet, si è sviluppato un piccolo movimento di opinione, con la parola d'ordine di “Ratzinger papa” Un fenomeno di mobilitazione e organizzazione del consenso certamente mi-noritario e folkloristíco, sebbene siti internet, riviste e blog di «amici di Ratzinger» fossero sorti da tempo, tanto che il cardinale tedesco ha persino un «fan club» (sic). Forme di devozione popolare al tempo della globalizzazione o forse puro sottoprodotto mediatico dovuta semplice mente all'esposizione di quel cardinale che cer-tamente è il più amato dai teo-con italiani, dotato del carisma di tutte le personalità che esprimono un pensiero forte, nettamente con-notato e indi-sponibile a compromessi.
Ma l'attenzione e il rispetto che la figura di Ratzinger si è conquistata nel mondo politico e intellettuale. tra cattolici e laici. Va oltre le forme popolaresche quando non apertamente blasfeme di un mail-bombing (“Cara sorella, saprai certamente cosa è successo al nostro amatissimo Giovanni Paolo che ormai è detto da tutti il Grande a legittimo motivo - dice ad esempio una di queste e-mail – e non ci giudicare male e superficialmente se adesso siamo qui a chiederti di aiutarci nella difficile impresa di sollevare un'ondata di affetto e amore popolare che sollevi dal basso il santo cardinale Joseph Ratzinger e lo deponga come una piuma nel luogo dove egli deve adesso legittimamente pretendere come suo: il papato»). Ben al di là di queste nuove forme di folklorismo tecnologico, il cardinale è divenuto da tempo una figura del dibattito pubblico, oggetto dell'attenzione dei media e del mondo politico. «In passato le grandi potenze appoggiavano un cardinale e ne osteggiavano un altro - osserva lo storico (nonchè membro del Cda Rai) Giorgio Rumi - ora mi sembra che questo ruolo sia stato assunto dalla stampa, in modo incontrollabile. Dalle potenze del passato la Chiesa si difendeva con alcune pre-cauzioni come il conclave. Ora invece la nuova potenza dei media condanna o sostiene l'uno 1'altro fuori di ogni discernimento critico».
Tuttavia, anche un intellettuale laico come Gaetano Quagliariello, che pure si ritrae dinanzi a qualsiasi forma di tifo su un terreno simile - cui «bisogna guardare con rispetto, sapendo che non tutto è riconducibile alla politica» - ammette che «anche dei veri laici hanno interesse ad avere come interlocutore una chiesa ferma sui suoi principi, che non ricerca una via concorda-taria, ma il suo diffondersi e di-ventare sentimento comune nella società. Queste le ragioni per cui io guarderei con simpatia a una soluzione di questo tipo». Del tipo, cioè, del cardinale Ratzinger. «Io credo ci sia un elemento indefinito nel pontificato di Wojtyla, direi per una sorta di etica della responsabilità. Come ha detto Ruini, con il dialogo interreligioso la chiesa ha evitato di farsi coinvolgere nello scontro di civiltà». In termini brutali, sarebbe questa responsabilità superiore che avrebbe impedito al papa di parlare il linguaggio dei teo-con. Ma in Wojtyla agiva anche «la convinzione che l'occidente fosse perduto e il processo di secolarizzazione ormai troppo avanzato. Diffidava del fatto che al suo interno potesse emergere un movimento di riscoperta dei valori e dei principi che erano stati propri della civiltà occidentale e quindi del cristianesimo». Diverso invece il caso del cardinale Ratzinger, per «una accettazione meno problematica e più serena del fatto che il cristianesimo è ormai una minoranza creativa, disposta a incontrare altre minoranze creative, non sui principi della fede, ma sui precipitati culturali di questi principi. Per questo io credo che le minoranze laiche filo-occidentali possano avere un grande interesse a un papato con queste caratteristiche». Caratteristiche, va da sè, alla Ratzinger.