Provenzano, ecco il nuovo identikit
Procuratore Grasso:aspetto segnalazioni
Stanco, smagrito e invecchiato rispetto alla precedente foto segnaletica: così appare il supelatitante Bernardo Provenzano nell'ultimo identikit ricavato dalle indicazioni fornite alla polizia scientifica dal pentito Nino Giuffré. Il boss ha l'attaccatura dei capelli alti, è stempiato e ha gli zigomi sporgenti. Il procuratore di Palermo Piero Grasso: "Adesso aspettiamo le segnalazioni dei cittadini".

La nuova foto segnaletica è stata mostrata nelle scorse settimane ai medici e infermieri francesi che lo hanno avuto in cura nel luglio e nell' ottobre del 2003 a Marsiglia per un intervento alla prostata. Il volto disegnato dalla polizia scientifica è apparso, secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, molto somigliante a quello del boss. Il dato comune che emerge è quello dell'invecchiamento. Tutti lo indicano, infatti, come un uomo molto anziano, con il volto segnato dall'eta' e dalla sofferenza.
La decisione di mostrare il nuovo aspetto del boss è maturata dopo una rapida consultazione con i pm della Dda che si occupano dell'inchiesta sulle ricerche di Provenzano e con l'aggiunto Giuseppe Pignatone. Gli inquirenti per molto tempo hanno tenuto segreto l'identikit del capomafia, ricercato da 42 anni, nella speranza che la primula rossa evitasse in questo modo di modificare il proprio aspetto per sfuggire alle ricerche. Adesso hanno cambiato improvvisamente idea e hanno deciso di lanciare un appello ai cittadini, chiedendo la collaborazione delle persone che eventualmente possono riconoscerlo.
Del boss latitante Bernardo Provenzano, finora, si conoscevano solo cinque fotografie in bianco e nero vecchie di oltre 40 anni che ne riproducono il volto e alcune immagini trattate al computer che partendo dalla foto originale ricostruiscono la faccia del ricercato numero uno d' Italia tenendo conto degli anni trascorsi e della possibilita' che si sia fatto crescere baffi o barba. Le fotografie sono due "fototessera", due "segnaletiche", fronte e profilo dell' arrestato (in un unica striscia fotografica), e una foto "in posa" che ritrae il boss quando era giovane vestito da militare accanto ad un vaso con fiori.
Chi è Bernardo Provenzano
Provenzano è il capo più misterioso di Cosa nostra. Classe 1933, corleonese, detto "zu Binbu" o "Binnu u tratturi", il trattore per la sua determinazione, è il superboss che vanta il primato della più lunga latitanza nella storia della mafia. Dopo la cattura di Totò Riina, nel gennaio del '93, è toccato a lui il compito di prendere in mano le redini di Cosa nostra, decimata dagli arresti, indebolita dalle "cantate" dei pentiti, impoverita dai sequestri di armi e di denaro, e di tentare di rimettere in piedi l'organizzazione allo sbando. Secondo la procura si deve a lui la contrattazione di un "patto di non belligeranza" tra le famiglie mafiose di Palermo e i clan corleonesi. La sua scalata criminale comincia negli anni Cinquanta, quando Provenzano, insieme a Riina, e a Calogero Bagarella diventa il più fidato luogotenente di Luciano Liggio, allora capo incontrastato della mafia corleonese. L'approdo ai vertici di Cosa nostra avviene alla tra la fine degli anni Settanta ed i primi anni Ottanta: dopo aver infiltrato ogni cosca con uomini di estretta osservanza "corleonese", ed avere poi eliminato tutti gli avversari a colpi di kalashnikov, Provenzano e Riina sono ormai i capi assoluti di Cosa nostra. Il nome di Provenzano compare in decine di processi. Di lui hanno parlato tutti i pentiti di Cosa nostra. Sulla sorte di Provenzano, negli ultimi anni, si sono intrecciate le ipotesi più disparate. Tanto che Balduccio Di Maggio, nel 1993, ipotizzò che "zu Binu" potesse essere morto. Ipotesi smentita dallo stesso Provenzano che, nell'aprile del '94, inviò una lettera al presidente della Corte d'assise di Palermo, Innocenzo La Mantia, per nominare gli avvocati Salvatore Traina e Giovanni Aricò suoi legali di fiducia, nel processo per l'omicidio di Giannuzzu Lallicata. La lettera, ritenuta autentica, risultava spedita da un tale "Catalano Serafino", residente in via Albanese 18, un edificio a pochi passi dal carcere dell'Ucciardone. Ed è dei giorni scorsi l'ultima rivelazione sul boss: col nome di Gaetano Troia sarebbe stato ricoverato in cliniche marsigliesi prima per analisi e poi per operarsi di prostata.
