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11.1.2012

Avetrana, un processo fatto anche di sguardi

Il colpevole lo si deve cercare anche in un gioco di sguardi che non si incrociano mai

foto Infophoto
17:50 - Un processo “chiuso”, in cui non esistono alternative: “Se la Corte non dovesse raggiungere la certezza della colpevolezza di Sabrina e Cosima Misseri dovrà dire che il colpevole è Michele Misseri, e scrivere nella stessa sentenza, come, dove, perché ha ucciso”. Per spiegare che non c’è scampo (e che dimostrerà la responsabilità delle due principali imputate oltre ogni ragionevole dubbio) il pubblico ministero Mariano Buccoliero ha usato un’espressione ad effetto, che potrebbe suonare come un paradosso.

Del resto questo è il processo dei paradossi, con i principali imputati che, dopo la iniziale esposizione mediatica, hanno deciso di non farsi riprendere dalle telecamere; con un Comune (quello di Avetrana) pronto a inserire, nel conteggio dei danni, anche le spese della corona di fiori per la piccola Sarah; soprattutto, con una procura che decide di non inserire nella lista dei testi proprio lui, Michele Misseri, che continua a proclamarsi responsabile del delitto mentre moglie e figlia, dentro le gabbie, anche con i loro atteggiamenti hanno provato a sostenere la propria innocenza: l’una immobile, l’altra piangendo. “Il colpevole è qui, non bisogna cercarlo altrove”, ha aggiunto il pm in quell’aula del tribunale di Taranto affollata, ieri, più dai giornalisti che da un pubblico curioso.

E allora, il colpevole, lo si deve cercare anche in un gioco di sguardi che non si incrociano mai: Michele Misseri, non più elegante, questa volta in giubbotto di jeans e smarrito, è rimasto per ore seduto, dimesso, vicino alle gabbie, a cercare gli occhi della moglie e della figlia, ma troppo indietro, troppo defilato. “ Ho mal di testa, oggi sto proprio malissimo, ho sofferto a vedere Sabrina piangere ma loro neppure si sono accorte di me”, ha commentato in una pausa d’udienza. Sua moglie, abito scuro e cerchietto ai capelli, non si è mai scostata da quelle sbarre ma guardava altrove. Per tutto il tempo in piedi, immobile, ha fissato ostinatamente sua sorella Concetta. “Per fortuna mio marito mi ha coperto e non l’ho vista –ha dichiarato la mamma di Sarah – non ho niente da dirle. Con Sabrina, non ora, ma parlerei, mia sorella invece è un muro”.

Nel gioco degli sguardi e delle parti Sabrina è fin dall’inizio, apparentemente, la più debole. Appena entrata in aula è scoppiata in lacrime. “Appena ho visto la gabbia e ho capito di dover entrare lì dentro ho pensato di non farcela”. Anche per questo ha rifiutato di essere ripresa dalla telecamere: l’hanno criticata spesso per le interviste rilasciate, ora la criticheranno anche per questa scelta, eppure Sabrina è convinta e decisa. “La mia immagine di scimmia in gabbia non l’avranno” ha spiegato al suo avvocato”.

Entrare in quella gabbia, davanti a tutti, è stato il momento più traumatico. “Non so se mi ci abituerò e riuscirò a sopportarlo anche per le prossime udienze” ha commentato anche oggi. Ma alla fine, in aula, non mancherà. Ha chiesto al suo avvocato di portarle un codice penale e alcuni atti di indagini, per studiarli e seguire ogni passaggio proprio mentre la pubblica accusa ha depositato nuovi atti: una consulenza tecnica sui telefoni cellulari, in particolare, per decifrare gli sms cancellati proprio dopo la scomparsa di Sarah dal suo telefonino e da quello di Ivano Russo(il ragazzo di cui era invaghita e gelosa).

Un risultato parziale è già arrivato: è stata recuperata una foto di Sarah (ritratta scherzosa, in pigiama, mentre sembra farsi un autoscatto) sul telefonino di Ivano: è stata scattata il 7 maggio 2010, dopo le dieci di sera, non dal telefonino della vittima ma da quello di Ivano: segno di un rapporto stretto, non intimo ma confidenziale, che per gli inquirenti potrebbe confermare il movente del delitto: la gelosia di Sabrina nei confronti della cuginetta ( così legata al ragazzo da cui invece lei, alla fine, era stata rifiutata): martedì prossimo sarà ascoltato in aula proprio Ivano Russo. Non a caso la procura, tra centinaia di testimoni, ha scelto di partire proprio da lui.

Ilaria Cavo
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