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26.4.2011

Scatto dopo scatto al fianco del Papa
Una vita per raccontare Giovanni Paolo II

Tgcom ha incontrato Arturo Mari, il fotografo ufficiale di Wojtyla

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11:33 - Ha vissuto la sua professione al fianco di Giovanni Paolo II, una presenza silenziosa che ha reso visibile a tutto il mondo il volto di Papa Wojtyla. Arturo Mari era il fotografo personale del pontefice, Tgcom lo ha incontrato, ecco il suo racconto.

Che ricordo ha del suo primo incontro con Giovanni Paolo II?
Lo avevo conosciuto quando era arcivescovo di Cracovia durante il Concilio Vaticano II. Me lo presentò il Card. Wyszynski e così ogni volta che veniva Roma c’era modo di incontrarlo e di salutarlo.

E poi diventò papa…
Quando vennero aperte le porte della Cappella Sistina, alla chiusura del conclave io sono stato il primo ad entrare. E me lo ritrovai davanti vestito di bianco. Mi guardò con uno sguardo molto amorevole e mi fece una carezza. Il mio primo pensiero fu quello di scattare una foto, il mondo aspettava di vedere le fotografie del nuovo Papa, poi feci un inchino e mi allontanai.

Qual è lo scatto più bello che ha fatto al Papa?
Ero con lui 365 giorni l’anno, entravo con la mia macchina fotografica nell’appartamento papale alle 6.20 del mattino. La foto più bella secondo me è quella del suo ultimo Venerdì Santo, nel 2005, con il crocifisso in mano seduto nella sua cappella privata. Ho colto un gesto che non ha visto nessuno: lui che prende il crocifisso lo poggia sulla testa, bacia il Cristo e poi lo poggia sul cuore. Questa foto ha fatto il giro del mondo e credo racchiuda il senso di tutto il suo pontificato.

Proprio in quella occasione in tanti dissero che il Papa venne inquadrato di spalle perché aveva un respiratore. E’ così?
Sono tutte fantasie! Non aveva assolutamente nulla. Fu semplicemente un problema di inquadratura: la sua cappella era talmente piccola che non c’era modo di inquadrarlo in altro modo. Poi lì dentro c’erano tante persone: oltre a noi c’erano anche le suore, gli infermieri, i medici. L’unico modo per riprenderlo era quello di piazzare una telecamera in fondo.

Che comporta essere il fotografo personale del Papa?
Tanta umiltà e tanta discrezione. Si deve tenere sempre bene in mente la persona che si ha accanto. non si tratta di una persona qualunque ma del Papa Anche negli incontri con i Capi di Stato che sono molto particolari capita di sentire qualche parola, qualche discorso. In quei casi bisogna sempre essere molto discreti e non ascoltare!

Il 13 maggio del 1981, giorno dell’attentato al Papa lei era accanto alla papamobile e scattò quelle famose foto di Giovanni Paolo II colpito dai proiettili di Alì Agcà. Che ricorda di quel giorno?
Non ricordo assolutamente come riuscii a scattare quelle foto, mi accorsi subito che stava succedendo qualcosa: lo vidi cadere davanti a me e, forse grazie alla Madonna che mi guidò la mano, forse per l’esperienza, ebbi la freddezza di fare quegli scatti che sono rimasti come documento per la storia. Il Papa era sofferente ma non si lamentava. Quando arrivammo dentro al Vaticano davanti al FAS (il cosiddetto pronto soccorso) mentre aspettavamo l’ambulanza che lo avrebbe portato al Gemelli il Papa fu disteso in terra per essere preparato e l’unica cosa che disse per due volte fu: “Madonna mia, assistimi tu, Madonna Mia assistimi tu!”.

Il Papa ha mai avuto paura di qualcosa?
Assolutamente no! Solo in pochi sanno questa cosa: eravamo sull’aereo diretti in Senegal. Appena fuori dall’Italia, sul Mediterraneo entrammo in una nuvola di ghiaccio e il nostro aereo non aveva un sistema per sbrinare le ali ghiacciate. Da 12.000 metri di quota ci ritrovammo a 1.500 metri. Noi eravamo tutti agitati, l’aereo sembrava precipitare. Lui invece era tranquillo, stava leggendo seduto al suo posto. Appena l’aereo è risalito lui ha guardato fuori, ha annuito e con massima serenità ha detto: “Vabbè!”.

Nelle foto vediamo sempre il Papa sorridente. Ma le è mai capitato di vederlo piangere?
Si commuoveva spesso soprattutto quando andava in visita negli ospedali in Africa, dove c’erano i bambini malati di AIDS. Qualche volta usciva anche qualche lacrima e nonostante cercasse di dar forza agli altri, veniva fuori questa sua umanità.

Ci sono episodi del pontificato di Giovanni Paolo II che non sono stati immortalati in foto?
In Africa, precisamente in Angola successe che la sua veste da bianca diventò nera! Era seduto a chiacchierare con una famiglia povera del posto. Ad un certo punto da una delle macchine del seguito papale arrivò una bottiglia di aranciata e dei biscotti. Il papa li offrì ai bambini e dopo 2 secondi era praticamente circondato: c’erano bambini che gli saltavano addosso, chi lo tirava da un lato, chi lo prendeva per il collo tanto che la sua veste diventò nera! Aveva poco dopo l’incontro con il presidente: dovette tornare in nunziatura a cambiarsi…

Qual è l’ultima foto che ha fatto al Papa?
E’ una foto che non è mai stata pubblicata. Giovanni Paolo II era già nella bara ed è il momento in cui il segretario, Mons. Dziwisz e il cerimoniere, Mons. Marini, mettono sul viso del Papa un veletto bianco, come da protocollo. Un attimo commovente che non potrò mai dimenticare!

In tanti hanno raccontato che nelle ultime ore di vita il Papa non era cosciente e che era attaccato alle macchine…
Ne hanno dette di tutti i colori, anche che fosse morto tre giorni prima dell’annuncio ufficiale. Io ho avuto la grande fortuna di salutarlo 8 ore prima che morisse: arrivai al suo capezzale e mi inginocchiai, Don Stanislao gli disse: “Arturo è qui”. Lui si girò, mi fece un grande sorriso e mi disse “Grazie Arturo, grazie mille” e si rigirò dall’altro lato. Era lucidissimo e non era attaccato alle macchine: aveva soltanto una mascherina per l’ossigeno poggiata sulla parte sinistra del cuscino. Era sereno, pronto per tornare alla casa del Padre.

Come ha accolto la notizia della beatificazione di Giovanni Paolo II?
La cosa non mi ha sorpreso affatto: quando ce lo avevo accanto, sapevo di essere già vicino ad un santo!

Fabio Marchese Ragona
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